IL MESSAGGIO NELLA BOTTIGLIA

A proposito della paura della solitudine

Jung diceva che la solitudine è una fonte di guarigione che rende la vita degna di essere vissuta; che il parlare è spesso un tormento ed occorrono giorni di silenzio per ricoverarsi dalla futilità delle parole.
La solitudine non deriva dal fatto di non aver nessuno intorno, ma dall’incapacità di comunicare le cose ritenute importanti e di dare valore a pensieri che altri giudicano inammissibili.
Ma la solitudine non è affatto nemica dell’amicizia. nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario, e l’amicizia nasce fra individui che riconoscono la propria individualità e non si identificano con altri.
La solitudine rappresenta una mancata accettazione di se stessi: questo crea un vuoto che viene vissuto con grande dolore e scatena la dinamica mentale di mancata accettazione da parte degli altri.
Quello dell’accettazione di sè è un processo profondo e articolato che quando si realizza, porta ad acquisire la propria individualità, a non sentirsi in balia del giudizio e dell’accettazione da parte degli altri, permettendo di mostrarsi senza inutili maschere.
Senza la presunzione di essere migliori o la percezione di non essere all’altezza, ma solamente la consapevolezza dell’essere. Decade il bisogno di condividere la conoscenza senza discernimento e si impara il grande valore del silenzio.
L’ immagine dell’ uomo che vive la solitudine è ben rappresentata dal dio Ade della mitologia greca.
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Ade era il sovrano del mondo degli inferi, regno sotterraneo dove vivevano le ombre dei morti e dove venivano confinati personaggi immortali della mitologia.
Raramente si avventurava fuori del suo regno dove viveva insieme alle ombre dei morti, eco visibili di ciò che erano da vive.
Ade è anche dio del mondo interiore che i mistici chiamano la “notte buia dell’anima”; una profonda depressione in cui ci si estranea dalla realtà e non si sopporta la luce del sole della vita.
L’uomo che si ritira in solitudine senza accorgersi di ciò che accade nel mondo conduce un’esistenza Ade.
Se la personalità e le circostanze lo portano a vivere come il dio di cui possiede l’archetipo è probabile che preferisca stare da solo, senza essere notato e importunato.
Ade è l’archetipo che governa una vita interiore profonda che non si esprime con le emozioni e le parole e che ha come conseguenza l’invisibilità sociale.
I problemi psicologici che affliggono l’uomo o donna che abbia una predisposizione Ade sono quelli che derivano dalla prospettiva introversa e soggettiva che lo caratterizza.
Analogamente al dio che, nei rari casi in cui lasciava il suo regno, indossava un elmo che lo rendeva invisibile, l’uomo Ade non può essere scorto perché evita la gente o perché non si manifesta, anche se è presente. Poiché è un solitario, vivrà in un suo mondo isolato, conducendo un’esistenza schizoide basata su un disordine psicologico stabile ma limitato.
Anche nei casi in cui riesce a trovare una compensazione, sviluppando una conoscenza o un’arte che lo porta ad eccellere, dentro di lui rimane un sottostante senso di d’inferiorità.
Per non rimanere isolato l’uomo Ade deve poter sviluppare altri aspetti di sé; deve trovare il modo di esprimere la propria natura interna sviluppando quella personalità che rifletta l’essenza dell’individuo: Ade deve quindi fare uno sforzo per rendersi visibile.
Ermes è il messaggero degli dei, il dio della parola e la guida delle anime nel mondo sotterraneo. Indossava un cappello con due piccole ali, presenti anche sulle sue calzature e portava un bastone su cui erano avvolti due nastri: una sorta di bacchetta magica, simbolo dell’autorità e dell’invulnerabilità.

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Ermes come dio, archetipo e uomo personifica la rapidità di movimento, la facilità di parola. Muovendosi velocemente, come immagine maschile o come metafora, attraversa i confini, spostandosi facilmente da un livello all’altro.
Sollecitiamo Ermes ogni volta che siamo disposti ad avventurarci in un nuovo territorio con un atteggiamento di apertura. L’archetipo Ermes rende possibile la spontaneità con noi stessi, con la gente e le cose che incontriamo: Ermes apre la porta ai momenti di scoperta e a coincidenze importanti. Un altro modo di essere in contatto con Ermes è quando capita l’occasione di dover parlare e ci disponiamo a farlo “a braccio”: qui facciamo ricorso alla nostra inventiva Ermes gestendo gli argomenti in maniera fluida.
Quando nella personalità convivono gli archetipi di Ade ed Ermes, quest’ultimo è il mezzo grazie al quale le immagini o ombre del mondo sotterraneo del regno di Ade, vengono comprese poi comunicate agli altri. Quando l’uomo Ade scopre il linguaggio per comunicare le ricchezze della sua esperienza interiore in lui sarà attivata la dimensione Ermes.
Perché il titolo è “il messaggio nella bottiglia”?
Mandava freneticamente messaggi in bottiglia il naufrago Robinson Crusoe inventato da Daniel Dafoe nel 1719, simbolo dell’epopea borghese alla conquista del mondo.
Bambini, romantici, solitari: nell’era di Internet c’è ancora chi siede di fronte al mare e gli affida con questo semplice mezzo un messaggio di amore, sete di conoscenza, disperazione. Non esiste passaggio migliore per il mistero.
Nel romanzo Robinson disubbidisce al padre mercante per viaggiare per mare . E’ un inquieto, desidera qualcosa di nuovo e incomprensibile persino a se stesso.
La sua nave fa naufragio e soltanto lui riesce a salvarsi raggiungendo a nuoto la riva di un’isola sconosciuta e apparentemente deserta. Pur in completa solitudine e in un ambiente ostile non si perde d’animo.
Tra i relitti della nave cerca oggetti che gli serviranno per la sopravvivenza. L’intelligenza pratica lo spinge a risolvere qualsiasi problema.
Fa un calendario per non perder la nozione del tempo e scrive un diario !!!
Robinson è preciso, meticoloso: vuole misurare tutto, il tempo, lo spazio. Sa che l’ordine e la misurazione sono le fondamenta della civiltà occidentale.
Prova a coltivare orzo e riso,  cattura e addomestica alcune capre, costruisce ogni sorta di oggetti, insomma impara tutti i mestieri della storia umana.
Il lavoro diventa la sua terapia e la sua religione guarendo  anche la sua solitudine.
Dopo 28 anni di vita sull’isola Robinson non desidera più Londra e L’Europa perchè, ricreando tutto il cammino della civiltà europea e ha trovato la “sua isola” dentro di sè.
Il capolavoro di Daniel Defoe “Robinson Crusoe” non è soltanto un romanzo d’avventura, supera infatti ogni catalogazione, è più un romanzo di formazione, o meglio di neo formazione di un individuo che è costretto a ripercorrere la storia dell’umanità per sopravvivere. Ma altre componenti  sono presenti in questa storia avvincente: il viaggio, un luogo lontano e sconosciuto, la meditazione forzata, la lotta per la sopravvivenza in un ambiente naturale ostile.  Viene esaltato il mito dell’ uomo che ripercorre il cammino dallo stato selvaggio alla civiltà e che riesce a superare ogni ostacolo con il suo ingegno.
E’ un romanzo da rileggere per tutti gli spunti interessanti su cui riflettere.
Ogni tanto sarebbe bello “naufragare” su un’isola deserta per rinnovare la nostra realtà circostante e soprattutto noi stessi…
«I veri grandi spiriti costruiscono, come le aquile, i loro nidi a grandi altezze, nella solitudine»
(Arthur Schopenhauer)
‎”Odio quelli che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia”
(Friedrich Nietzsche)

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